Una cantina bianca immersa nel verde delle campagne cagliaritane, tra filari di vite, olivi dalla chioma argentea e qualche cipresso che svetta solitario. Così appare la cartolina che fa da sfondo ad un cartello all’inizio di una carrettiera che si stacca dalla statale 466, all’autista spensierato. E su questo cartello, una scritta: Audarya.
Un nome, questo, che potrebbe condurlo con la mente tra le lontane steppe asiatiche, o magari in India, o ancora più ad oriente, tra gli esotici e misteriosi villaggi della penisola indocinese. Si tratta invece di un toponimo sardo, un pezzo di campagna nelle campagne di Serdiana, dove la famiglia Pala ha costruito la sua cantina, e dove si trovano alcuni dei loro vigneti più pregiati. Per una curiosa coincidenza, in sanscritto esiste una parola dal suono simile: significa “nobiltà d’animo”.
Scopriamo insieme la storia di quest’azienda che tanto interesse da parte del pubblico ha attirato negli ultimi anni, grazie a vini freschi e piacevoli e ad etichette che regalano un tocco vintage di glamour quando girano, a tavola, da un bicchiere all’altro!
Un po’ di storia…
Ufficialmente la cantina Audarya nasce nel 2014, concretizzazione del progetto di Salvatore e Nicoletta Pala: in realtà, come il piccolo ceppo di vite penetra il suolo arido insinuando le sue radici tra i sassi in profondità, così la storia di questa cantina affonda nel profondo del secolo scorso, quando Battistino Pala iniziò ad impiantare le proprie vigne nelle campagne di Serdiana. Suo figlio, Salvatore Pala – nonno e omonimo del fondatore della cantina Audarya – condusse nel 1950 la prima vendemmia finalizzata non al consumo personale ma ad una vera e propria commercializzazione: nacque nello stesso anno la cantina Pala, che insieme alla cantina Argiolas renderà Serdiana uno dei paesi più importanti per la produzione vinicola in Sardegna.
Il contesto storico-produttivo
Serdiana è uno dei comuni facenti parte – insieme a Dolianova, Donori e Soleminis – della regione storica del Parteolla, territorio posto immediatamente a nord dell’area metropolitana di Cagliari. È questo il bacino di produzione agricola del capoluogo sardo: termina la piana del basso Campidano e, a tratti dolcemente, a tratti in maniera più repentina, si alzano le colline, delle quali da millenni le località hanno inteso le potenzialità produttive, alternandovi le colture dell’olivo, del grano, le ortalizie e, ovviamente, della vite.
Qui si insediarono nel Basso Medioevo i basiliani: monaci di culto greco, giunti quando la Sardegna era provincia dell’Impero Romano d’Oriente – quindi sotto il dominio di Costantinopoli – e abbandonati a se stessi quando la presenza dei pirati arabi nel Mediterraneo rese impossibili le comunicazioni con la capitale.
Il loro posto, al volgere dell’anno Mille, fu preso, su invito dei giudici sardi, dagli ordini occidentali: Vittorini di Marsiglia prima, Camaldolesi toscani in un secondo tempo. Questi ultimi, in particolare, si sono resi fautori della rinascita agricola del territorio: a Sibiola avevano il loro monastero – su precedenti strutture edificate dai basiliani – di cui rimane a testimonianza l’amena chiesetta di Santa Maria di Sibiola, piccolo gioiello del Romanico sardo, realizzata nel 1125 e contraddistinta dalla particolare struttura a due navate.
Le vigne
Le vigne della cantina crescono tutte nelle campagne tra Ussana e Serdiana, in quattro diversi contesti produttivi: Audarya, Acquasassa, Is Crabilis e Su Stani Saliu.
La tenuta di Audarya è delle quattro la principale: qui hanno sede i locali di produzione della cantina. Posta a duecento metri sul livello del mare, ha un’estensione di dodici ettari e il suo è un suolo prevalentemente argilloso, con una buona presenza calcarea: e così il vermentino, il cannonau, la malvasia e il muristellu danno i vini più grassi.
Acquasassa è una tenuta di sei ettari, sempre nelle campagne di Serdiana, leggermente pù bassa rispetto Audarya – centossessanta metri circa sul mare – e contraddistinta da una maggiore presenza calcarea. I suoi suoli sono capaci di regalare vini freschi e minerali, eleganti e di buona longevità.
La tenuta di Su Stani Saliu deve il suo nome ad un vicino bacino d’acqua salmastra, asciutto l’estate ma umido e brulicante di vita palustre nei mesi più freschi: qui trovano albergo anatre e gabbiani, cavalieri d’Italia e avocette, e zampettano frugando il fondo melmoso le garzette e i fenicotteri rosa. Le vigne sorgono nei dipressi di un’antica salina: venti ettari insistenti su un suolo calcareo-sabbioso, capace di dare profondità e carattere ai vini da essi prodotti.
Infine, Is Crabilis è il vigneto di dodici ettari che la cantina possiede nelle campagne di Ussana, comune confinante con Serdiana: più alta e più ventilata rispetto alle precedenti, anch’essa contraddistinta da suoli calcareo-sabbiosi, regala vini di grande mineralità.
Le vigne sono allevate in parte ad alberello e in parte a spalliera bassa, con età che vanno dai venti a più di cinquant’anni. Pur non essendo quella di Audarya una produzione strettamente biologica, la conduzione privilegia tutte quelle pratiche che tutelano e valorizzano l’ambiente sia dal punto di vista naturalistico sia per quanto concerne l’autenticità e la tradizionalità delle produzioni: qui viticoltura convenzionale e lotta integrata convivono, caratterizzando la visione enologica di Salvatore, Nicoletta e Beatrice dell’azienda.
La cantina
Dietro le bianche mura di questo casolare immerso nel verde, i grandi fornici serrati da massicci portoni di quercia e i tetti spioventi di cotto, si potrebbe immaginare di trovare torchi rugginosi, tini contorti dal trascorrere degli anni e pile di damigiane impolverate.
Visioni da vecchie fotografie in bianco e nero, ormai, o scorci degli ecomusei celati nelle sale di certe cantine. All’interno, tutto è improntato alla qualità e all’innovazione. E dunque, superata la sala d’accoglienza – occupata da un pesante tavolo illuminato da una larga vetrata che si apre sulla magnifica vista delle colline vitate di Sibiola e alle pareti della quale, accanto a gigantografie, su mensole colme di bottiglie sarà possibile scorgere delle albanelle ripiene di terra, la terra delle diverse tenute dell’azienda – si avrà accesso ai veri e propri locali di produzione.
La cantina si avvale dunque delle moderne presse a membrana per ottenere i mosti fiore atti alla produzione di bianchi fragranti e beverini, e di diraspapigiatrici per i rossi. Le vasche di acciaio, alte e asettiche, occupano buona parte dei locali di produzione: sviluppano gran parte delle fermentazioni, e i vini dal carattere più immediato e fruttato subiscono qui le maturazioni.
Poco più avanti la sala botti: barrique e tonneaux, dove Vincenzo Mercurio e Davide Aledda, i due enologi fanno riposare per lunghi i mesi i due rossi di prestigio della cantina, il Nuracada e il Kiobu.
La produzione: i vini di pronta beva…
In totale, dalla cantina escono ogni anno circa quattrocentomila bottiglie. La gran parte di queste sono etichette di pronta beva, gradevoli intrepretazioni dei vitigni simbolo della Sardegna e in particolar modo del cagliaritano: vermentino, cannonau, monica, nuragus. Sono stati i primi vini ad essere immessi sul mercato, più di dieci anni fa, e subito si son fatti apprezzare dal pubblico per la piacevolezza di beva e la verve delle etichette, raffiguranti dei personaggi zoomorfi in abbigliamento e posè retrò, che paiono usciti da un libro di fiabe della metà del secolo scorso. Insieme al cannonau rosa e al recente spumante brut, fanno tutti parte della linea Audarya.
…e quelli più ricercati.
La linea selezione è composta da tre bianchi, il Nuracada – un rosso da uve muristellu, elevato in barrique, bella espressione del vitigno, ingentilito nelle sue durezze e nella sua rusticità dal tocco elegante del legno – e un passito da uve nasco, il Bisai, contraddistinto da una beva leggera. Il Camminera è stata la prima etichetta a far parte di questa linea: un Vermentino di Sardegna DOC di maggiore personalità rispetto al “coniglio“, contraddistinto da freschezza, mineralità ed una buona predisposizione all’affinamento per qualche anno in cantina.
Hanno fatto seguito le interpretazioni di altri due vitigni a bacca bianca tipici del cagliaritano. La malvasia è probabilmente giunta in Sardegna durante l’Alto Medioevo con i monaci basiliani: suggerirebbe questa tesi il nome sardo del vitigno – alvarega, imbarbarimento di “alba greca”, cioè “bianca di Grecia”, a sottolinearne la veridica origine dalla penisola del Peloponneso. Per anni destinata esclusivamente alla produzione di vini dolci e da meditazione, di recente l’enologia sarda ha voluto valorizzarne le doti di fragranza e freschezza con bianchi dal carattere ricercato: così Estissa, Malvasia di Cagliari DOC.
Un simile discorso si può fare sul nasco: vitigno di probabile origine romana, diffuso prevalentemente nel meridione sardo, è sempre stato utilizzato per vini dolci di grande suadenza e complessità. Ma la crisi nel mercato dei vini da dessert ha portato le aziende a cercare nuove formule per la valorizzazione di questo vitigno: e con le sue doti di complessità gusto-olfattiva e morbidezza non si è tardati a giungere alla produzione di bianchi serici, strutturati e quasi aromatici. Come il Bessiu, Nasco di Cagliari DOC.
Infine, l’ultimo nato, il Kiobu: un sapiente blend di cannonau, bovale e carignano, strutturato e complesso, impreziosito dal tocco speziato conferito dall’uso di pregiate barrique di rovere francese, e da un packaging ricercato – anche l’occhio vuole la sua parte. È la prima etichetta a far parte della serie premium blend. In attesa che altre giungano presto a farle compagnia…
